110. WHAT'D I SAY (Ray Charles) - 200 canzoni 200 storie

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110. WHAT'D I SAY (Ray Charles)

cover 45 giri germania
Articolo pubblicato il 16 giugno 2026


Guardate, non so dove sto andando,
quindi seguitemi.
E voi, Raelettes, qualunque cosa dico,
ripetetela.”
Siamo nel 1958 e Ray Charles ha 28 anni ma al tempo era già un veterano con dieci anni di esperienza nella registrazione di musica rhythm and blues in uno stile simile a quello di Nat King Cole; era considerato un grosso nome nel circuito R&B avendo piazzato vari numeri uno nelle classifiche nere, ma il grande pubblico bianco doveva ancora adottarlo definitivamente. È rispettato, amato da chi è “dentro” la musica, ma non è ancora il monumento vivente che diventerà qualche anno dopo. In questo periodo Ray Charles si esibisce in tournée per 300 giorni all'anno con un'orchestra di sette elementi ed un trio vocale della Atlantic chiamato “The Cookies” da lui ribattezzate “Raelettes”.

Qui comincia la storia di “What'd I Say”.
Siamo in un club di Brownsville in Pennsylvania alla fine del 1958. Ray e la sua band hanno già suonato tutto: hit, ballad, pezzi “da mattonella” e pezzi per far sudare. Tutti sono ancora carichi e l’orologio dice che non è il momento di smettere; Ray si accorge di avere la scaletta “vuota”: niente più brani pronti. Così ricordò quella sera: “a quei tempi suonavamo alle feste da ballo, sai, non facevamo tanti concerti come adesso. Comunque, per farla breve, di solito suonavamo le prime due ore e mezza, poi c'era una pausa di mezz'ora, poi tornavamo e suonavamo l'ultima ora. Quindi, una sera, tornammo e dopo la pausa salii sul palco e cantai e cantai e, quando ebbi cantato tutto quello che mi veniva in mente e avevamo ancora quindici minuti di spettacolo, dissi: "Bene, ragazzi, qualsiasi cosa io suoni, voi seguitemi, ragazze, qualsiasi cosa io dica, voi ripetetela"; e iniziammo a cantare "Do papa do, dodoom do wah do, Do papa do, dodoom do wah do".
Oggi si direbbe una “jam session”: una seduta improvvisata in un locale pieno di gente che vuole ballare, flirtare e dimenticarsi del mondo. Ed è lì che succede il piccolo miracolo.
Ray si siede al pianoforte elettrico Wurlitzer e parte con un riff semplice, ipnotico, un boogie‑woogie elettrico, su una progressione blues che qualsiasi musicista on the road può seguire ad occhi chiusi. La band si aggancia in un attimo: batteria con un groove elastico, basso che incolla tutto, fiati che entrano dove c’è spazio, senza sapere bene dove si andrà a finire ma fidandosi ciecamente del capo. Ray comincia a buttare giù frasi tipo “Hey mama, don’t you treat me wrong / Come and love your daddy all night long”, senza un vero racconto dietro: è puro istinto, parole che suonano bene sulla ritmica.
Ma l’idea veramente esplosiva arriva quando Ray chiama in causa le Raelettes, il suo coro femminile: quando sul ritornello improvvisato – “Tell me what’d I say” – loro rispondono in perfetto stile gospel, si accende una miccia potentissima. Ray ha passato anni a suonare musica religiosa afroamericana, col suo rituale di “io chiamo e tu rispondi”, ma qui quel meccanismo sacro viene spostato sul terreno più carnale che si potesse immaginare nel 1958.
Ray fa “Uh!”, le Raelettes rispondono “Uh!”
Lui spinge “Ooooh”, loro replicano “Ooooh”
A fine serata, tutti impazziti per quel numero finale, si avvicinano a Ray e gli chiedono: “Dove si compra il disco di quella canzone?”. La verità è che però la canzone non esiste, non ha un titolo, nessun spartito, e tantomeno nessuna registrazione.
La reazione del pubblico è stata troppo forte e Ray Charles la sera dopo rifà lo stesso esperimento. E poi la sera dopo di nuovo e poi ancora e ancora, tanto che la canzone senza titolo dura anche dieci o dodici minuti, a seconda di quanto il pubblico ha voglia di farsi trascinare. Ogni sera si limano dettagli: qui un break della batteria, lì un intervento dei fiati, là un modo più efficace di far entrare il coro. È come provare in studio, solo che succede davanti a centinaia di persone.
In poche settimane, quella che era nata come una soluzione di emergenza, diventa il punto più atteso dello show di Ray Charles. Non è più “il pezzo improvvisato”, è “quel pezzo lì” che tutti vogliono sentire, anche se non sanno come si chiama.
A quel punto, Ray fa la cosa più ovvia: chiama la sua etichetta, la Atlantic Records, e informa l’alta dirigenza che in tour c’è un brano esplosivo che la gente adora. “Ahmet, devo registrare ‘sta cosa” e il capo dell’Atlantic Ahmet Ertegun gli risponde: “Beh, certo, vieni pure a registrarla”.
Il 18 febbraio 1959, Ray entra nello studio newyorkese di Atlantic con la band e le Raelettes per registrare ufficialmente il brano e il compito dello studio di registrazione è quello di catturare quell’energia scaturita sui palchi senza ucciderla. Tutti la sanno già a memoria e bastano pochi take: la versione buona arriva subito. Quello che oggi sentiamo sul disco è essenzialmente la stessa cosa che stava incendiando i club.

Avete sei minuti e mezzo? Allora questa è la nostra canzone: https://www.youtube.com/watch?v=EPLZL4s_jtI&list=RDEPLZL4s_jtI&start_radio=1
Ma è proprio ora che iniziano i problemi: la performance incisa dura troppo, poco meno di sette minuti, e a quel tempo, in piena epoca di 45 giri, tutte le canzoni stanno sotto i tre minuti; i jukebox non erano pensati per pezzi così lunghi ed i programmatori radiofonici storcevano il naso solo a guardare la lunghezza. Lasciarla così sarebbe stato un suicidio commerciale. Ma come si sa i problemi a volte hanno soluzioni semplici e per risolverlo entrò in scena Tom Dowd, leggendario ingegnere del suono di Atlantic. Dowd si accorge che Ray ha un tempo metronomico: i suoi attacchi e le sue frasi sono così regolari che si può tagliare il nastro e rimontarlo mantenendo il groove intatto. Il brano viene diviso in due parti, ciascuna un po’ sopra i tre minuti. Così può essere pubblicato come 45 giri con “What’d I Say (Part I)” su un lato e “What’d I Say (Part II)” sull’altro.
La forma finale del brano che conosciamo nasce quindi da un montaggio: l’introduzione, le strofe e una parte del “call and response” vanno sul lato A; l’escalation orgasmatica vera e propria continua sul lato B. È come se qualcuno avesse preso la jam infinita da club e l’avesse incorniciata in due quadri consecutivi.
Secondo problema, forse ancor più difficile da risolvere: nel brano non c’è nessuna parolaccia, nessun riferimento esplicito, ma quei “Unnnnh”, “Ahhh” i sospiri sincronizzati tra voce maschile e cori femminili sembrano la registrazione di una camera da letto travestita da rhythm and blues.
Quando il singolo esce nell’estate del 1959, succede quello che, col senno di poi, era quasi inevitabile: alcune stazioni radio, sia bianche che nere, si rifiutano di trasmetterlo, giudicandolo troppo sessualmente allusivo.
Ma come già raccontato per altre canzoni, questa è la miglior pubblicità possibile. Più qualcuno dice ai ragazzi “non dovreste ascoltare questa cosa”, più i ragazzi corrono a far girare il disco sui giradischi di casa o nei jukebox dei locali.
Risultato: il singolo arriva al numero 1 della classifica R&B di Billboard e sale fino al numero 6 nella Hot 100 pop, portando Ray in modo definitivo nel mercato mainstream bianco. Per il cantante sarà il suo primo disco d’oro e, per un periodo, il singolo più venduto nella storia della Atlantic Records.
“What’d I Say” è un vero spartiacque musicale ed è per questo motivo che si trova nelle prime dieci canzoni più importanti nella classifica che stiamo seguendo! È considerato uno dei brani fondamentali nella nascita del soul: prende il linguaggio emotivo del gospel e lo trapianta senza pudore nel terreno laico ed erotico, del rhythm and blues.
Inoltre è un passaggio chiave nella trasformazione del R&B in rock & roll più maturo ed ha influenzato i più grandi che seguiranno: per primi proprio i Beatles, quando, nei primi anni ’60 “What’d I Say” è un punto fermo della loro scaletta live, soprattutto ad Amburgo, perché fa ballare chiunque e permette al gruppo di improvvisare e “tirarla lunga” quanto vuole. Quando Mick Jagger canta per la prima volta con il gruppo che diventerà i Rolling Stones, sceglie proprio “What’d I Say” come pezzo da fare in duo, a dimostrazione di quanto fosse un “test di ingresso” per chi voleva dirsi cantante di R&B. Anche band come The Animals, The Spencer Davis Group (con un giovanissimo Steve Winwood), i primi Beach Boys di Brian Wilson e Van Morrison lo considerano un brano di riferimento, inserendolo nei loro live e prendendone l’energia per i loro successivi pezzi originali.

Concludendo: a volte i capolavori nascono da una grande ispirazione o da mesi di lavoro o da una visione artistica profonda; la nostra canzone è nata perché la scaletta era finita ed il pubblico non voleva saperne di andarsene ancora a casa, probabilmente perchè aveva pagato anche quell’ultimo quarto d’ora.

  
LA TRADUZIONE IN ITALIANO DEL TESTO DI “WHAT'D I SAY”
Il testo, a detta di Ray Charles, “non racconta niente”: è semplicemente una serie di linee che suonano bene e si incastrano con il groove.
 
 
 
Ehi mamma, non trattarmi male
Vieni e ama il tuo papà per tutta la notte
Va bene adesso, ehi ehi, va bene
Guarda la ragazza con l'anello di diamanti
Lei sa come scuotere quella cosa
Va bene adesso adesso adesso, hey hey, hey hey
Dillo a tua mamma, dillo a tuo papà
Ti rimanderò in Arkansas
Oh sì, signora, lei non fa bene, non fa bene
Oh, suonalo ragazzo
Quando mi vedi nella miseria
Dai tesoro, guardami
Ora sì, va bene, va bene, suonalo, ragazzo
Quando mi vedi nella miseria
Dai tesoro, guardami
Ora sì, ehi ehi, va bene
Guarda la ragazza con il vestito rosso
Può ballare il Birdland tutta la notte
Sì sì, cosa ho detto, va bene
Bene, dimmi cosa ho detto, sì
Dimmi cosa ho detto adesso
Dimmi cosa ho detto
Dimmi cosa ho detto adesso
Dimmi cosa ho detto
Dimmi cosa ho detto sì
E voglio sapere
Tesoro, voglio saperlo adesso
E voglio sapere
E voglio saperlo subito, sì.
E voglio sapere
Ho detto che voglio sapere sì
Parlato: Ehi, non mollare adesso! (dai tesoro)
No, ho, io uh-uh-uh, sto cambiando
(fermati! fermati! lo rifaremo)
Aspetta un minuto, aspetta un minuto, oh aspetta! Aspetta!
Aspetta!
Ehi (ehi) ho (ho) ehi (ehi) ho (ho) ehi (ehi) ho (ho)
EHI
Oh, ancora una volta (solo un'altra volta)
Dillo ancora una volta adesso (solo un'altra volta)
Dillo ancora una volta (solo un'altra volta)
Dillo ancora una volta, sì (solo un'altra volta)
Dillo ancora una volta (solo un'altra volta)
Dillo ancora una volta, sì (solo un'altra volta)
Ehi (ehi) ho (ho) ehi (ehi) ho (ho) ehi (ehi) ho (ho)
EHI
Ah! Fammi sentire così bene (fammi sentire così bene)
Fammi sentire così bene adesso sì (fammi sentire così bene)
Wow! Tesoro (mi fai sentire così bene)
Fammi sentire così bene, sì (fammi sentire così bene)
Fammi sentire così bene (fammi sentire così bene)
Fammi sentire così bene, sì (fammi sentire così bene)
Eh (eh) ho (ho) eh (eh) ho (ho) eh (eh) ho (ho)
eh
Oh, va tutto bene (tesoro, va tutto bene)
Ha detto che va tutto bene adesso (tesoro, va tutto bene)
Giusto
Ha detto che va tutto bene (tesoro, va tutto bene)
Ha detto che va tutto bene, sì (tesoro, va tutto bene)
Ha detto che va tutto bene (tesoro, va tutto bene)
Ha detto che va tutto bene (tesoro, va tutto bene)
Wow! Scuoti quella cosa adesso (tesoro, scuoti quella cosa)
Bambina, scuoti quella cosa adesso, adesso (bambina, scuoti quella cosa)
Bambina, scuoti quella cosa (bambina, scuoti quella cosa)
Bambina, scuoti quella cosa adesso (bambina, scuoti quella cosa)
Bambina, scuoti quella cosa (bambina, scuoti quella cosa)
Bambina, scuoti quella cosa (bambina, scuoti quella cosa)
Wow! Mi sento bene adesso sì (mi fai sentire bene)
Giusto
Ho detto che ora mi sento bene (mi fai sentire bene)
Woooah! (mi fai sentire bene)
Ti dico che sto bene (fammi sentire bene)
Ho detto che mi sento bene (mi fai sentire bene)
cover 45 giri USA
cover 45 giri italia
CURIOSITA':
  • Ray Charles definiva il brano un “incidente fortunato”; malgrado ciò la nostra canzone verrà in seguito riconosciuta come uno dei più importanti del Novecento: tra l’altro è stata selezionata nel National Recording Registry della Library of Congress, cioè tra le registrazioni considerate “culturalmente, storicamente o esteticamente significative” per la storia degli Stati Uniti. L’inclusione nel National Recording Registry lo mette ufficialmente tra i documenti sonori “da preservare per sempre” negli archivi della Library of Congress.
  • Al centro del brano c’è il piano elettrico Wurlitzer: uno strumento che produce un suono per i tempi relativamente nuovo ma che diventerà iconico e influenzerà un sacco di musicisti, dal soul al rock.
  • Ray Charles iniziò a perdere la vista all'età di quattro, cinque anni, e divenne cieco totale all'età di sette anni, probabilmente a causa del glaucoma. A causa della sua cecità, Charles indossava i suoi famosi occhiali da sole. Malgrado questo suo handicap, amava giocare a scacchi e usava una scacchiera speciale con caselle rialzate e buchi per i pezzi.
  • Durante la sua lunga vita, Ray Charles ebbe un totale di 12 figli da nove donne diverse.

I LUOGHI:
  • Brownsville è un borgo nella contea di Fayette, in Pennsylvania, Stati Uniti, fondato nel 1785 come sede di un avamposto commerciale pochi anni dopo la sconfitta degli Irochesi, che permise la ripresa della migrazione verso ovest dopo la guerra d'indipendenza americana. L'avamposto commerciale divenne presto una taverna e una locanda e accoglieva gli emigranti diretti a ovest, poiché si trovava sopra la sponda scoscesa che dominava il primo guado raggiungibile da coloro che scendevano dai monti Allegheny Brownsville si trova a 64 km a sud di Pittsburgh, lungo la sponda orientale del fiume Monongahela. (fonte Wikipedia)

LE DATE:
  • La canzone venne registrata il giorno 18 febbraio 1959 e pubblicata su 45 giri nel giugno di quell’anno. Ray Charles Robinson era nato il 23 settembre 1930 e pertanto quasi trentenne all’uscita della canzone. Ray morì il 10 giugno 2004 all’età di quasi 74 anni.

LE COVER: (dal sito secondhandsongs.com)
  • Il nostro sito raccoglitore di cover elenca quasi 300 versioni e la lista di famosi è veramente interminabile; queste sono le versioni che entrarono nella Billboard americana: #30 Jerry Lee Lewis, #24 Bobby Darin, #113 Kenny Burrell & Jimmy Smith, #21 Elvis Presley, #61 Rare Earth.

ALTRE TRE CANZONI IN CINQUE RIGHE:
  • La discografia di Ray Charles è sconfinata con qualcosa come 60 album. La scelta è ovviamente difficile e pertanto le famosissime sono: Georgia on my Mind, scritta negli anni ’30 ma portata al #1 nell’anno 1960 dal nostro Ray, Unchain my Heart, scritta per lui da Bobby Sharp nell’anno 1961 e Hit the Road Jack, scritta da Percy Mayfield nel 1961 e portata al successo da Charles.

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recensioni
Crediti:
per alcune parti del testo:

per il testo in italiano:
  • traduzione del testo originale, con personale riadattamento, con google translate

per la foto della copertina:

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